mercoledì 9 novembre 2011

This is not The End, my Friend...

Dopo annate di complessivo orrore necrotico, benché l'ultima abbia manifestato bagliori d'incoraggiante rinascita (ma ne riparleremo...), è iniziata sotto i migliori auspici la mia Stagione di Spettatore Teatrale 2011-2012: e questo grazie al Laboratorio Permanente dell'Arte dell'Attore diretto da Domenico Castaldo.
Oddio! a leggere titolo e luogo dello spettacolo, a cui sono stato invitato a Torino (città, per eccellenza, di oscure pratiche esoteriche... uuuhhh!), meglio sarebbe stato auscultare (o auuuhhhscultare...) la parte superstiziosa di me e starmene nell'illuministica e illuminata Milano a bearmi delle sue luccicose vetrine, rassicurandomi ai fasti della sua razionale frenesia infra o finesettimanale, tra gli splendori scientisti dello shopping e dell'efficiente aperitivismo.

E invece l'allestimento di  WELCOMING - The end of the world all'austero Ex Cimitero Monumentale di San Pietro in Vincoli è stato tutto fuorché sventurato, iettatore o da rabbrividire; e men che meno aridamente razionalista o inutilmente fastoso. Anzi! Ne ricorderò senz'altro l'espressivo rigore e l'effusione radiosa da parte di Castaldo e dei suoi sette addestratissimi performer.

All'ingresso della suggestiva Zona Teatro dell'Ex Cimitero, questi accolgono amichevolmente gli spettatori facendoli sedere intorno a una scena di sole quattro sedie. Dall'alto, stesso numero di faretti a illuminare tanta sobrietà, in uno spazio bianco di spoglia essenzialità. La ricchezza, d'altronde, è data dal complesso di attori che rivestono la nudità spaziale di movenze danzate in coro, tessendo dintorno armonici canti multiligue altrettanto corali, fiorenti dai diversi passaggi recitati che traggono linfa da testi sacri, romanzeschi e poetici, sino all'affascinante Tao della Fisica di Fritriof Capra.


Un intarsio composito e stravagante (nel senso letterale di extra-vagante) che invita a orientarsi invece che a perdersi. La precisione e il palpabile affiatamento dinamico del gruppo, del resto, mobilitano allo stesso modo Cervello e Interiorità a coordinare visione e ascolto, pensiero e sentimento, nel Kaosmos coreutico così vividamente espresso. Il quale altro non è, poi, che la Babele meteca dei nostri giorni, l'esasperazione motoria e vociante della nostra post-contemporaneità, la confusione globale del nostro attuale mondo.
Un mondo oltremodo caotico, rumoroso e prossimo alla fine? – è il quesito che si staglia, frattanto, dalla scena alla (mia) mente – Destinato a finire nel gorgo del suo medesimo dimenarsi senza posa, in difetto di mete chiare e speranze di salvezza?

Si ride durante questa messinscena, bisogna rimarcarlo: aleggia una gioia del gioco teatrale che genera risate e sorrisi, colpendo con verve critica le pretese di credibilità dell'odierna società dello spettacolo.
Castaldo, infatti, recita un riluttante e smarrito presentatore di un presunto show à la 2012 sull'apocalissi universale. Egli è come impaurito dalla tematica e si nasconde; gli altri interpreti ne vanno in cerca, lo scovano, lo snidano e lo pungolano di continuo affinché venga allo scoperto, compia il suo dovere e così lo spettacolo si faccia.
Da lì, si dipana una spirale di situazioni virate volentieri su espressioni e registri comici o ludicamente straniti, oppure cantati e danzati tramite divertite coreografie da discoteca, in cui non mancano le prese in giro alle icone dello showbiz televisivo e politico. Ne consegue una demistificazione ironica tale da smontare e rendere, perciò, decisamente improbabili l'insieme delle vanitose ambizioni di verità e di sublime intelligenza diffuse con leggerezza global dai circuiti spettacolari del sistema mass-mediatico.

Mentre, al contrario, emerge l'umanità pulsante dei performer, intesi – oltre a quanto s'è descritto – a parlare di follia e salvazione, a gridare ispirati brani poetici o a riflettere sulle crisi mondiali e umane; sino all'eloquente epilogo in cui ci si rende conto che, in realtà, non c'è nessuna Fine perché Tutto continua. Sono soltanto le molteplici paure di ognuno di noi – in cui ci si nasconde e in cui dannatamente ci si vive – che, ogni giorno, ci fanno morire sempre un po' di più. Senza fine...




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sabato 9 luglio 2011

Voglia di Reale

La scena del crimine si situa a casa dei miei genitori.


Sabato scorso, 02/07. Ora di pranzo.
TV sintonizzata con disinvoltura su "Studio Aperto": Tg che, in confronto, quello di tale Emilio – detto "Fede" – pare "Report" per rigore documentario e validità argomentativa.
Servizio glamour sulle nozze di un certo Principe dei puttanieri con un'aspirante Principessa delle ex campionesse di nuoto addormentate. Fuochi d'artificio sul video. Sfarzo e meduse ridenti in prime time, anzi in lunch time. Simulacri di donne opulente e col sorriso self service disserrano labbra a cianciare di fashion, charme ed elitarie VIPperie, come se stessero discettando dell'argomento ontologico di Anselmo d'Aosta.

Io da amante della Sofìa, vorrei ascoltare ammodo cotanti filosofemi, ma mio padre ha la deprecabile abitudine di commentare ad alta voce ogni notizia che passa il telegiornale, snocciolando tutte le volte la sua personale pseudo-tomistica extra-aristotelica delle umane cose.
Cacchio! Vorrei proprio conoscere il nemico sullo schermo, però mi è dato di percepire solo brani di frasi e discorsi che, comunque, se avessero qualche briciolo di sostanza e struttura di verità reggerebbero lo stesso, nonostante la loro frammentazione.

È un po' come quando ti capita di guardare un film già bell'e che iniziato alla televisione. Se il film è scritto bene, con una logica organica delle conseguenze, con nodi drammatici e punti di svolta correlati secondo Sense and Sensibility, puoi star certo che riuscirai a coglierne l'interezza o perlomeno buona parte delle implicazioni e a seguirlo cavandone nuclei importanti di significato o finanche di visione del mondo, a dispetto delle parti che puoi aver perso prima o di cui non hai visto lo svolgersi.

Nel caso del servizio in oggetto, tuttavia, si è ben lungi da ciò. Sicché giunge in totally surplace il suo irresisitibile avvicendamento con un susseguente gran pezzo di televisione giùrnalistica in cui s'intervista un altro principe: tale Emanuele detto "Filiberto" (appellativo con cui battezzerò il mio prossimo cane).

Ed ecco la giùrnalista esordire con una questione di cui colgo il passaggio finale, recitante più o meno così: "Orbene, caro Princi Fillo, c'è voglia di Reali tra la gente... C'è voglia di Reali in giro... Come ti spieghi tutta questa voglia di Reali, questo seguito verso le loro vicende, questa passione scoppiata tra le persone?". 

Mio padre abbozza sconvintamente la sua analisi fanta-marxista della "Voglia di Reali" che sembra permei e movimenti la società intera. 
Io mando a cagare la giùrnalista e basta.
Ulteriori commenti, zero. Rabbia tanta e rivolta con decisione verso i professionisti dell'irreality show giornalistico. Brutta gente.

Neanche 24 ore dopo, scoppia ben altra passione tra le persone. Vaglielo a spiegare adesso ai poveri (si fa per dire...) Filiberto E Manuele che c'è chi ha voglie e passioni assai differenti in agenda.
In Val di Susa, il potere volutamente cieco e sordo apre i cantieri della linea TAV senza avere mai interloquito seriamente con gli abitanti della zona. Il Potere fintamente democratico e tacitamente violento compie l'ennesimo atto di forza pensando che l'esercizio della democrazia (parola oramai da reinventare quando non da cambiare) finisca nel frangente in cui i cittadini inseriscono la loro scheda elettorale nell'urna; dopodiché faccio – dice il Potere – quel che mi tira il culo e te lo faccio pure piacere. Olio di ricino invisibile, stupro subliminale di massa: prendi, butta giù, ingoia, apri le gambe, piglia dentro, stai zitto e non rompere i coglioni che dopo, dài!, se fai il bravo, ti faccio fare la manifestazione di protesta autorizzata. E una volta che t'ho autorizzato e l'hai fatta, poi mi lasci fare quello che voglio, OK?
Nessun plausibile disaccordo è messo in conto, impossibile accogliere alcun dissenso per chi è aduso soltanto a ricercar consenso. Qualora Dissenso ci sia e abbia l'ardire di esistere, va represso invece di essere semplicemente ascoltato e discusso per le ragioni che reca con sé, le contraddizioni che ha e pure per il grumo di emozioni e disagi che lo anima. Il tempo e lo spazio del confronto – anche aspro ma al vivo, presente, palpabile, verace, vero, fra umani, e non mediato dal solo flusso mediatico e/o propagandistico/giùrnalistico, dalle agenzie di stampa oppure dalla rappresentazione quotidiana della politica – sono a priori banditi, a priori allontanati, a priori giudicati inammissibili.


Al cospetto dell'erezione di una simile muraglia, di sittanta conclamata e ulcerosa separazione tra chi rappresenta ed esercita tale Potere, ossia lo Stato Italiano, e le persone stesse che – a livello teorico – in detto Stato si riunirebbero in quanto Popolo, emerge allora in tutta la sua evidenza la riflessione di qualche giorno fa dello scrittore Giuseppe Genna:
"Il crollo delle maschere e la diffusione transnazionale delle notizie stanno testimoniando che si compie una facile profezia in Italia, al di là di ingiustificati entusiasmi primaverili: la gente si è rotta i coglioni e, se si rompe i coglioni, non è che si confronta con il televisore – va direttamente dall'unico rappresentante che lo Stato [...] può schierare di fronte ai cittadini oggi, il Poliziotto. Questo atto è testimoniato. Inizia di un totale inizio una lunghissima battaglia, che è in realtà una guerra, anzi: più guerre. Si incendiano zone sovrapposte del vivere civile: le lotte per l'ambiente, per la dignità della vita, per i diritti inalienabili di un'etica universale, per l'uguaglianza, per l'abbattimento dei filtri all'informazione diffusa".
In altre parole, c'è Voglia di Reale. Altroché di Reali! protagonisti artificiosi e distanti dello showbiz gossipparo e scoreggione.
C'è voglia di Reale perché molti singoli individui, magari e volentieri aggregati in una comunità d'intenti, manifestano dunque l'istanza di oltrepassare tutti i diaframmi strumentalmente predisposti per tenere ognuno a distanza di sicurezza dalla presa di contatto diretta, e un minimo de visu, con la realtà effettiva dei problemi che lo circondano e di cui si avverte parte in causa intrallacciata con altri.

Diaframmi quali la veicolazione giornalistica condizionata e sviante (la quale s'illude o peggio finge di essere libera) che ad esempio – per dire quant'è generalmente paracula – fa prevalere news sul numero di feriti e contusi della Polizia ma non su quello dei manifestanti; oppure, il palcoscenico dove ogni giorno si recita la fiction oscena della politica nazionale, dove i cambi di ruolo, costume o facciata sono diventati norma al soldo del migliore offerente, che di certo mica è la gente; o, infine, l'opacità ipnotica e reificante dello schermo televisivo intesa a offrire un modello illusorio di realtà che sia a sua esclusiva immagine e somiglianza – coi suoi reality, "Real Time", Real TV e pure Real Madrid, purché vi sia sempre una storpiatura straniera o manchi all'appello almeno una lettera o una sillaba a invalidarne la corrispondenza con quello che dovrebbe precisamente segnalare o nominare affinché si riconosca e lo si indaghi davvero: il Reale, la Realtà.

Per cui, smettiamola di invocare la Resistenza e lasciamo riposare i Partigiani in pace. Resistere per chi? Resistere per cosa? per il nostro privilegio di avere il digitale terrestre? affinché ci catodizzi un bel dì un principe o una principessa extraterrestri sul divano delle nostre frustrazioni e piccinerie personalistiche?
"Lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti". Tocca a ognuno di noi, adesso, andarsi a riprendere con decisione e chiarezza il Reale. E con esso, pure l'Immaginario; e la volontà di sognare e desiderare con la propria testa; e il coraggio di dare scandalo con l'autenticità espressa del proprio cuore: fra Senno e Sensibilità, Cielo e Terra;  giudicando, alfine, perché non si ha paura alcuna di essere giudicati.

Riprendiamoci questo Paese a colpi di Realtà.
Riprendiamoci una personale e attiva Responsabilità.

Liberiamoci dalla libertà per liberarla! Via da chi dice che è così oppure cosà; via da chi la confina tra mura e negazioni di possibilità. La libertà non esiste se non nella somma delle azioni che si compiono per conquistarla. E Io, Tu e pure Esso possiamo certamente fare tali azioni, dimodoché si crei proprio quella somma che fa la differenza e genera quindi altre opzioni, diversità di soluzioni. A spiazzare perciò l'indiscutibilità monocratica di forme di pensiero a schema unico, fissato per sempre o voluto a tavolino da chissà quale Sua Altezza; e a divergere pertanto da preordinati format di vita paratelevisiva, dettati e istituiti da chi vuole mantenerci prigionieri del regno dell'irrealtà.  




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lunedì 20 giugno 2011

Istruzioni inquiete per provare a Risorgere

Prove tecniche di resurrezione mercoledì 22 giugno, ore 21, presso la creativa corte della Libreria-Concept Store Interno3 di Reggio Emilia in via Dei Due Gobbi 3 (info @ 0522.451459).

Un appuntamento d'inizio estate con il musicista, scrittore e artista multidisciplinare Massimo Zamboni, il quale sarà intervistato dal sottoscritto à propòs di tale sua ultima fatica letteraria recentemente edita da Donzelli nella collana "Poesia".

Anti-personaggio storico del rock italiano dell'ultimo trentennio, il suddetto ha fatto scuola a generazioni indie (e non) grazie ai gruppi CCCP e CSI, da lui fondati e animati assieme a Giovanni Lindo Ferretti – altra bella personalità e avventuroso animo.
I due, di darsi a una libera (o libertaria...) docenza siffatta, neanche ci pensavano e neppure invero l'hanno fatto. Fatto sta che se si vogliono intendere un po' ammodo – a partire dai quantomai mitizzati o strapazzati anni '80 – dei caratteri evolutivi della nostra musica Pop Rock Punk & Co. e addirittura pure dell'arte in genere, oltreché della stessa Storia (udite! udite!) d'Italia, bisogna passare proprio da loro. O, perlomeno, è altamente consigliabile. Di certo, il trip rischia di sorprendere e affascinare, schiudendo feconde visuali eterodosse sul passato.

Intanto, si passi però dal più riccioluto e introverso della strana coppia: sperimentatore curioso e impavido che, col nuovo millennio, ha fatto emergere un talento poliedrico di letterato e romanziere pubblicando con grandi case editrici così come con piccole e indipendenti.
Nei suoi componimenti, scritti e romanzi, uno degli elementi cardine (se non quello decisivo) è il tòpos del viaggio: espressione di inquietudine esistenziale e di domande disparate in diuturno movimento (ma scordatevi ottocentesche romanticherie, cocchi!) che infatti, nella raccolta poetica ora in questione, si sono riversate in un attraversamento zingaro tutt'altro che riepilogativo – arricchito, anzi, di scritture di complemento ed espansione dei testi concepiti per gli ultimi tre suoi album musicali da solista. Perché mettere su carta le parole di canzoni, senza il supporto della musica, è indubbiamente un piano diverso di prospettiva; significa esporle con coraggio in tutta la loro vergata nudità affinché possano reggere l'urto di una ricezione meno mediata, per verificarne quindi la forza di comunicazione intersoggettiva e l'impatto emotivo capace, in potenza, di creare scosse interne in chi è desideroso di cambiamenti. Ovvero, in colui che serba in sé il seme di mille e una Resurrezioni ad altre vite continuamente a venire: ogni volta elevate di livello, dimensione e rischiarante luminosità.  Meglio se traversando il buio o crepacci di crisi e isolamento, poiché il dislivello genera maggiore energia e intensità.

Un incontro live, quello di mercoledì 22 giugno, consigliato pertanto a tutti gli amanti dei pensieri acuminati e profondi, levigati e scavati da interrogativi talvolta impietosi, senza sconti, com'è giusto che sia del resto quando si è in cerca di un'autenticità di vita. Ed il Nostro, decisamente è in cerca; e mica sta tanto lì a contarsela o a lamentarsi di 'sti tempi smarriti nella vacuità e nell'apparente mancanza di orizzonti alternativi a quelli dati e di già bruciati o occlusi.
Non per niente, parte consistente del suo tempo lo dedica alla terra facendo il contadino: curandosi perciò della nascita, crescita e perpetuazione cangiante della flora, della fauna, della specie vegetale e animale (tra cui v'è, orbene, l'essere umano), puntando a una docile assidua consonanza con ritmi, tempi e manifestazioni della Natura.

Sicché, in fondo, questo incontro live è consigliato a chiunque: basta ci sia voglia e desiderio di aprirsi e  rinnovarsi.
Per cui, disporsi ad ascoltare è essenziale. Semina dell'attenzione a Conoscere, Scoprire e Imparare.



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martedì 7 giugno 2011

Non tutto il Malick vien per nuocere


Ignoro se The Tree of Life del regista Terrence Malick, l'ultima Palma d'Oro al Festival del Cinema di Cannes, sia un capolavoro.

L'insigne e venerabile filosofo Emanuele Severino – dall'alto dei suoi millenari 80 e più anni – sul "Corriere della sera" lo annovera tra le "opere di genio" citando Leopardi e, in seguito, scomodando tragedia e miti antichi.
Detto da lui, ha un suo carisma e gnoseologico appeal.

Dello stesso avviso non saranno quegli spettatori che – neanche fossero misteriosi ladri di Nutella® scovata sotto i sedili – l'altra sera ho auscultato via via defilarsi quatti quatti dalla sala cinematografica a partire dalla prima mezzoretta mezzoretta di proiezione del film.

Sicuramente, Terrence Malick è un matto.
Un matto di quelli sopraffini, però; ai quali vale la pena prestare Ascolto Visione e Interiorità per arricchirsi di prospettive nuove e diverse, al di là di ogni categoria di comodo o etichetta. Figuriamoci poi se sono quelle dei premi, delle discettazioni filosofiche o di una crema spalmabile alla nocciola (e neppure di quelle più buone)...

Senonché, lo capisci che è matto – stupendamente matto... – quando senti dalle casse la voce off di una madre scossa da un tragico lutto che inizia a invocare pregante la divinità, affinché sia d'ausilio agli esseri umani; mentre sullo schermo procedono a rovesciarsi immagini stupefacenti di panorami interstellari, intervallate ad altre di paesaggi cosmici, multicolori lande incredibili ed esistenze polimorfe tolte dal mondo naturale e micro/macro-biologico, oltre a quello atmosferico: tra cascate d'acque e nuvole in viaggio, soli in galattico movimento e flemmatici pianeti osservanti, chiosati da informi spettri luminosi.
Come se, davvero, si volesse visualizzare la preghiera umana; i sommovimenti cioè dello spirito irrequieto, che viaggia lungo le molte dimensioni della realtà esistente per trovare quelle porte ultraterrene a cui arrivare al fine di ricevere asilo e scoprire risposte oppure domande semplicemente migliori in grado di schiudere alla luce di Sé o dell'altro da Sé.
Un di più, ossia, un Oltre più vasto e illuminante rispetto alle oscure limitatezze di quel che si è qui e ora.

Impossibile perciò – dicono gran parte dei critici vigenti, malnata razza di luridi pigroni – raccontare la trama di The Tree of Life.
Cazzata!, dico io: si può fare, o almeno tentare.
Difatti è la storia di un conflitto interiore: quello di un bambino texano dei retrivi anni '50, diviso tra un padre autoritario (perché frustrato) e una madre oltremodo amorevole ma al contempo incapace d'infondere tempra e vigore al figlio attraversato da fanciulle fragilità.

"Papà, mamma, voi due siete in lotta dentro di me e lo sarete sempre", questa la frase cardine del film, pronunciata fuori campo dal ragazzino che lo si vede altresì da adulto con il volto assorto di Sean Penn, trafitto di vissutissime rughe e ancora con la mente ingombrata dal pensiero del suo dissidio.
Ed eccolo così affrontarne, alla fine, le metaforiche rade deserte – novello Mosé inseguito dall'Egitto del suo lacerato passato –  sino ad approdare alle rive di un proprio intimo Mar Rosso, di là da cui c'è la personale Terra Promessa.
Perché quel mare è invero specchio d'acque che riflette appunto ciò che ognuno è, desidera e vuole, portando a galla quanto si nasconde nelle profondità. È flusso molteplice di correnti che racchiude tutte le scelte e possibilità che ciascun individuo è e soprattutto può essere oppure surfare, in raccordo ondoso e danzante con gli altri, il mondo e la vita.

Del resto, in ogni frame di questa "opera di genio" vi spira l'anima delle pagine sacre della Bibbia: però in quanto libro sapienziale e non astrattamente religioso; codice simbolico da interpretare e quindi sistema di connessione capace di comunicare in maniera immediata con la sfera spirituale – abissale/vertiginosa – dell'individuo. Battendo dunque in breccia rigidità e contingentamenti della ragione per affidarsi, invece, all'onda limpida dell'autenticità: che è scoperta stupita dell'emozione di ritrovarsi nella grazia di ciò che si è e non si è ancora mai stati, ma che in qualunque istante si può scegliere di voler essere. Abbracciandone il bagliore tenue che lo rivela nella tenebra del mero esistere.



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lunedì 16 maggio 2011

Happy Birthday FQ

75, oggi, gli anni di Franco Quadri.
Genialoide visionario del teatro, protagonista formidabile (e misconosciuto ai più) della cultura dell'ultimo mezzo secolo.

Critico, editore, traduttore, organizzatore e compagno di strada di molteplici artisti con cui amava confrontarsi, discutere, scambiare idee e prospettive d'azione; consigliandoli, incoraggiandoli e magari intervenendo sino a risultare talvolta ingombrante.

Ma alla sua attenzione di studioso ed editore di culto, ai suoi Premi Ubu e alla sua fede nella creatività, devono molto parecchie Star e innumeri personaggi della scena, del piccolo e grande schermo, del giornalismo e dell'editoria.
Elencarle è cosa lunga e qui, in fondo, si sta parlando di lui.

Ho avuto la fortuna di lavorarci accanto dal 2006 nella casa editrice da lui fondata e diretta, la Ubulibri; rubandogli, a mia insaputa, segreti arti e mestiere. 
Ho fatto l'esperienza di affrontare il suo carattere tellurico e collerico, perché l'immensa dolcezza che aveva nell'animo durava fatica a esprimerla: vuoi per tremenda timidezza e anche per una quotidianità lavorativa castrante una continuità di slanci poetici, all'insegna di un'emotività di comunicazione. Anche se si è litigato, perbacco!, discusso animatamente e nondimeno riso: e tanto, a dire il vero; perché lui era realmente quel che si dice un "Personaggio"...

Lo saluto qui, allora, con uno scritto che buttai giù di getto in metrò poco dopo aver ricevuto la notizia della sua morte, avvenuta il 26 marzo scorso.
Proibito leggerlo durante i suoi funerali. Soloni e personalità dovevano pontificare, continuare a protocollare meriti di lavoro e professione, disputare solo e soltanto su problemi d'arte e cultura. Troppo semplice la semplicità; faticoso dare spazio anche all'uomo: avanguardista e impetuoso, fragile e inquieto, emotivo e molto solo, ma ironico e curioso, appassionato e mai indifferente – e non è poco, in tempi d'indifferenza e povertà d'interesse come questi.
Gioele Dix, Serge Rangoni e Renata Molinari sono state le eccezioni al riguardo. Li ringrazio.

Viaggiatore incredibile, ha visto teatri e spettacoli dappertutto, cercando di scoprire la frontiera autentica in cui la Vita si trasforma in metafora del Teatro (e non viceversa, che è inganno e illusione). Ed è quello che, credo, desiderava davvero scoprire: solcandone la linea lungo le righe e i segnavia di libri illuminanti che ha inventato, tracciando scritture dal cuore fine e territori d'immaginosa azione vitale.




Milano, 27 marzo 2011, ore 15.23


Ciao Franco,
impareggiabile FQ,
nel bene e nel male.

Adesso sei Aria
pulsi nella Terra
scorri nell'Acqua
danzi nel Fuoco.
Tutto Sei in quel che Sarai
                                          ed È.

Abbiamo lavorato,
discusso e litigato,
ma anche riso e qualche volta festeggiato. Insomma, c'è stata intensa Vita.
Grazie.

Ora s'è chiuso il libro che abbiamo fatto insieme.
Probabilmente servirebbero correzioni e ultimissime revisioni, ma va bene così: bisogna che ci siano degli sbagli, è utile è persino bello ritrovarsi negli errori.
È lì, infatti, che si cresce, in quegli scarti prodigiosi che aprono rispetto all'eccesso di normalità e di irrigidite consuetudini.
Tuttavia il lavoro è finito ed è tempo che, ancora una volta, tu parta e te ne vada via. C'è un volo in attesa alla tua porta, un ultimo viaggio oltre la tua stessa soglia.
Però, caro Franco, davvero sarà l'ultimo?

Be'... adesso puoi vederlo, ora puoi scoprirlo.
Senz'altro sarà uno spettacolo mai visto e i tuoi occhi, perciò, se ne sorprenderanno, se ne ravviveranno.
E così sorriderai, risplendendo.

Ciao FQ.
Grazie.
















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    mercoledì 11 maggio 2011

    Finché c'è Clint, c'è Speranza

    Nel diluvio di questi giorni deboli in cui viviamo, c'è ancora qualche Noè abile a costruire arche capaci e naviganti con vigore e grazia.
    Uno di questi giganti fa cinema e gli dà decisamente del "Tu", anzi probabilmente dell'"Io". 
    80 anni, sguardo da eterno, si chiama Clint... Clint Eastwood e finché c'è lui, c'è Speranza. Per tutti e per tutto.
    Me ne dà conferma il suo ultimo capolavoro cinematografico Hereafter, film su cui storceranno il naso molti degli spettatori superficiali e sbrigativi della nostra epoca eterico-telematica. 
    Ma Clint se ne sbatte alla grande di costoro e, col suo sguardo deciso – col suo cuore tonante e fiero, passa oltre mettendosi a discorrere dell'aldilà per potere invero parlare dell'aldiquà, affrontandone diversamente traumi, paure e sfide per crescere. E lo fa col suo poderoso cinema meravigliosamente classico, attraverso forme dal piglio sicuro che proprio per questo risultano idonee a incanalare e quindi a trasmettere ad hoc la travolgente potenza di sfere dell'esistenza in perenne conflitto: la Morte e l'Amore. Con la prima a significare anche – ad esempio – ogni mutilazione o divisione che si vive, tutto il passato che non ci si rassegna a far morire; e il secondo (A-mors, "assenza di morte" appunto) che grazie alla sua costitutiva vis connettiva può dare invece vita al superamento di quel confine che ci separa in continuazione da noi stessi, dalla parte al di là di noi di cui abbiamo mancanza e a cui tendiamo.

    Grazie Mr Cleastwood (...come lo chiama il mio amico Lucky), e lunga lunghissima vita! Pure in una dopo questa.



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    • una recensione che condivido di brutto (by Marzia Gandolfi)
    • il cast (Matt Damon in gran spolvero e Cécile de France che spero di sposare in un'altra vita) 
    • la trama del film (per chi ha bisogno di aggrapparsi a una storia quando, al cinema, ogni immagine racconta qualcosa e smuove un pensiero, un moto interiore)