lunedì 21 gennaio 2013

Born Again. Bearded Goby Returns – Chi Sono Io [aggiornamento]


23 02 1974 è la data di nascita, 25 è l'età in cui ho smesso di compiere gli anni.
L'Appennino Reggiano è dove sono nato e cresciuto; Parma, laddove ho studiato cum laude Lettere e Filosofia; Reggio Emilia, quella in cui ho transitato; Milano, la metropoli in cui sto e lavoro frattanto.

Da gennaio 2012 ho mutato il mio status professionale e sono divenuto Freelancer (yesssss!) nel gran mondo dell'Arte, della Cultura, dell'Editoria e della Formazione o …Deformazione, considerando i valori rovesciati che allignano in 'sta Italietta… bah!
In ogni caso, sia chiaro, sono avverso al volontariato culturale. Per cui, vai alla mia pagina delle Consulenze e contribuisci a ravvivare l'italico mercato del lavoro contattandomi, va'…
Tra l'altro mi sono piccato di scrivere di Teatro e Spettacolo in qualità di osservatore specializzato e in netta opposizione allo stuolo di bon da niént che, invece, networkazzeggiano sul tema tra le maglie rapaci delle 3 w: collaboro infatti stabilmente con la prima testata internet di carattere teatrale nata in Italia, ossia "Dramma.it - la casa virtuale della drammaturgia contemporanea", dove peraltro dirigo la collana online "Il dramma del mese" in cui si pubblicano i più interessanti e importanti autori d'oggidì (mica bon da niént…). E, in effetti, tale spazio web è seguito assai ed è ben frequentato, nonostante  l'opinione diffusa che l'Ars Teatrica sia di nicchia, ma che soprattutto debba restare tale e ciò le debba altresì piacere; mentre, diversamente, può e necessita – Io penso – di diventare molto di più e di andare oltre: Il Tutto e l'Altrove e l'Al di là ha da essere il suo orizzonte. Perché il Teatro è nostalgia di Libertà. Zio Boia!!

Esposto il suddetto aggiornamento, ricordo che per sei anni ho svolto l'attività di Editor presso la mitica Ubulibri, storica casa editrice di spettacolo fondata e diretta da Franco Quadri. Scomparso all'improvviso il magno FQ alla fine di marzo 2011, c'è stata poi L'invasione degli ultracorpi – con tanto di nomi, cognomi e finanche parentele… – sicché la sua realtà editoriale è stata alfine posta in liquidazione.


Lì, comunque, fra le molteplici occupazioni svolte, segnalo quella di direttore esecutivo del Patalogo 32 (The Last One, dopo avere co-fatto i precedenti tre) ovvero "l'annuario dello spettacolo" abbinato ogni volta ai prestigiosi Premi Ubu per il Teatro.
Sul "Catalogo con la P" ho anche pubblicato alcuni miei scritti di carattere interdisciplinare, mentre altri sono comparsi in maniera sparsa su quotidiani, riviste e pubblicazioni più o meno rilevanti. Però, ultimamente, ho pubblicato ancora e vieppiù: oltre ai pezzi per "Dramma.it", annoto un'introduzione a un volume di poesie, una a un romanzo, un saggio sull'editoria per la rivista di studi "Stratagemmi" e sono al lavoro sul mio prossimo libro inerente a una storia della critica teatrale contemporanea (piano! piano! con la divina sequela di "WOW"…).


Detto che svolgo attività di consulenza e progettazione in ambito artistico, culturale ed editoriale, che faccio il moderatore nonché presentatore (e in un oscuro passato pure lo stripteaser chansonnier, per non dire che volentieri farei il pornodivo), menziono tra le altre le mie direzioni artistiche 2009 e 2010 della rassegna Un letterale assaggio reggiano, dove ho lavorato con calibri quali Alessandro Bergonzoni, Paolo Rossi, Massimo Zamboni, Marco Martinelli ed Ermanna Montanari.

Infine, dei miei trascorsi nient'affatto male di teatrante e di leader/frontman della band rock demenziale I Pezzenti, ve ne parlerò un'altra volta. Così come del resto.
Intanto, adesso, si cambia pagina.


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venerdì 6 gennaio 2012

La Resurrezione delle parole

Lo so, lo so... C'è appena stato Natale col suo Gesù Piccino, San Silvestro e subito appresso "Maria Madre di Dio" al dì n. 1 dell'Happy New Year. Diversamente, oggi 06/01 è l'Epifania di "Nostro Signore" e domenica ecco che, calendario gregoriano alla mano, v'è il battesimo del millenario poppante sunnominato – e sunnominato, spero (anzi, prego...) non invano.
Eppure in controtendenza alle recenti tendenze gregoriane del calendario che riportano nascite, fini, ancora nascite e battesimi fra Santi però tutti morti (e allora perché non metterci pure la Befana? ...ah, già! perché la Befana è viva, esiste ancora... siòcco adulto che sono!), voglio invece epifanizzare qui una sorta di discorso pasquale giacché concerne il concetto e una pratica non metaforica della possibilità di risorgere. Sì, avete capito bene: "possibilità di risorgere".

Un discorso tutt'altro che scontato e/o – ad onta delle apparenze – rassicurante di fronte a un'annata che, con buona pace di chi va in vacanza a Cortina, si preannuncia apocalittica o perlomeno da "pianto e stridor di denti" come non mai. Ma se lo faccio, è in virtù di un libro di cui ho parlato mesi orsono e che ora torna quantomai necessario (nell'accezione piena del termine) affrontarlo più in profondità,
visto perlappunto l'arduo frangente. Considerando, inoltre, che se si tocca quel libro – come Walt Whitman insegna – si "tocca un uomo". Uomo che, nel nostro caso, dice di avere altresì scelto d'inserirvi dei brani inerenti certi luoghi precisi martoriati dalla Storia (Berlino, Mostar, Auschwitz-Birkenau) poiché "quello che succede a una persona può succedere a un popolo". E siccome il suo è stato un personale cammino di rinascita e rigenerazione, ne consegue allora l'urgenza di renderlo percepibile adesso e quindi condivisibile tramite la parola scritta, la quale "è un a tu per tu" – sostiene lui – "un gesto intimo" con chi si accinge alla lettura: attività, difatti, tipicamente connettiva con il proprio Sé e la dimensione degli altri intorno a ognuno di noi.
Anche per questo ero felice e sorridevo alla notizia dell'uscita della raccolta poetica, sopra evocata, di Massimo Zamboni (...Ecce Homo!) dal titolo Prove tecniche di resurrezione.
Che l'artista reggiano, del resto, approdasse alla pubblicazione di un libro di poesie era, per me, un alcunché di spontaneo. Esito naturale di un percorso multivoco e stratificato che la sua fuoriuscita dai gloriosi CSI - Consorzio Suonatori Indipendenti (dopo i leggendari CCCP) ha permesso di rivelarsi meglio, con maggiore nitidezza.

Si tratti quindi di musica indipendente ma riattivata a nuove collaborazioni, di scrittura romanzesca o reportage di viaggi e miraggi, di scorribande nell'ambito cinematografico o in quello della presentazione teatrale oltreché visiva, Zamboni esplora e cerca mondi espressivi che gli consentano di incontrare o scoprire dei fruttiferi "Perché?" piuttosto che delle risposte alle sue inquietudini e brigose irresolutezze.
Perciò nei componimenti del libro suddetto, si può osservare come le parole dei testi davvero s'incidano nello spazio bianco della pagina a scavare dei vuoti in grado di farne risuonare, di risaltarne maggiormente il segno, il corpo: insomma, un'indicazione investigabile di significati che, frattanto, iniziano a viaggiare.
E non è solo l'ossatura scarna di talune liriche (in specie nel capitolo Al cuore che rimane) che possono ricordare i procedimenti di un Ungaretti tesi a isolare parole o frasi apparentemente povere allo scopo di ipersignificarle, di sottolinearne la portata evocativa o drammatica o duramente interrogativa; bensì è anche lo smarginamento dei versi in passaggi riflessivi che lambiscono, di fatto, la prosa (il finale di Zero per tre, l’incipit de Il mio corpo è un passaporto falso, la lunghezza sregolata di certi versi di Pied Beauty) a dichiararne l'anelito ad articolare più vastamente un'indagine, ad attingere al colmo la vivezza di un moto emotivo nella sua semovente instabilità, ricorrendo a un siffatto prolungamento della scrittura versificata oltre una misura idealmente prestabilita.

Tant'è che, guarda caso, vi sono tre "testi narrati" a sorreggere l'impalcatura ariosa del volume, a cui s'aggiungono la Premessa e delle note d'autore a margine intitolate Onde improvvise di calore. Come a dire: la prosa e, nella fattispecie, l'articolazione verbale per espansione narrativa o esplicativa vengono in aiuto alla parola in sé – al pensiero emotivo forte, potente, ricercante, che essa desidera veicolare – integrandone l'esposizione e ampliandone il senso con degli elementi di riflessione e dei piani interpretativi e d'interrogazione ulteriori. Sino alla straordinaria storia finale de Le ceneri, e ritorno: memoranda dimostrazione di scrittura post-Resistenziale odierna su un viaggio di 700 studenti per il Giorno della Memoria in quel di Auschwitz-Birkenau. Un racconto che, alla fine, tira giusto le fila di un discorso sulla Poesia e il potere salvifico delle parole al cospetto dell'incombere di qualsiasi male si annidi all'interno delle nostre fragilità immemori.
“Adorno sbagliava. Dopo Auschwitz, è obbligatorio scrivere poesia. Non tanto le filastrocche con le rime baciate; non tanto la sacrosanta forza della poesia come l’intendeva Emily Dickinson, il tuono che si concentra e tutto sgretola, mentre ogni cosa creata cerca rifugio. Dico la poesia dei corpi, dei volti, delle nostre essenze, quella che si scrive da sé, senza mediatori, capace di offrirsi ancora una volta come speranza. Quella che questa sera balla e strepita, e cerca e dà conforto. Siamo noi, la poesia. Anche dopo Auschwitz. Specialmente, dopo Auschwitz”.
La parola letteraria e creativa, dunque, s'incarna alfine nell'"essere umani" (Etty Hillesum docet), attivandosi proprio come dispositivo di salvezza e di Resurrezione, dopo essersi messa alla prova – grazie appunto a decine di pagine di prove tecniche... – per molteplici peripli fra la prosa e la composizione lirica;
tracciando segni in mezzo a spazi vuoti, per effluire poi nel profluvio del verbo narrante e riflettente con piglio, talvolta, saggistico (per quanto decisamente informale e partecipato) a indagare le ragioni di dolore e sconfitta nell'esperienza tribolata delle persone. Fino pertanto a recuperare miracolosamente, in conclusione, il potenziale autentico di luminosa magia delle parole stesse: capaci di cambiare lo sguardo di ciascuno su la Vita e la Morte, liberandolo dall'assuefazione alla vana indifferenza.
Compito supremo e grande della Letteratura - e dell'Arte tutta – che un artista vero, sincero, è stato in grado in tal modo di far risorgere alla nostra attenzione e alla nostra sensibilità, ormai deportate e sepolte da troppo tempo sotto le coltri confusionarie dello sterile chiacchiericcio smodato e dell'eccesso video-figurale di questa resistibile Era mass-mediatica.




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mercoledì 9 novembre 2011

This is not The End, my Friend...

Dopo annate di complessivo orrore necrotico, benché l'ultima abbia manifestato bagliori d'incoraggiante rinascita (ma ne riparleremo...), è iniziata sotto i migliori auspici la mia Stagione di Spettatore Teatrale 2011-2012: e questo grazie al Laboratorio Permanente dell'Arte dell'Attore diretto da Domenico Castaldo.
Oddio! a leggere titolo e luogo dello spettacolo, a cui sono stato invitato a Torino (città, per eccellenza, di oscure pratiche esoteriche... uuuhhh!), meglio sarebbe stato auscultare (o auuuhhhscultare...) la parte superstiziosa di me e starmene nell'illuministica e illuminata Milano a bearmi delle sue luccicose vetrine, rassicurandomi ai fasti della sua razionale frenesia infra o finesettimanale, tra gli splendori scientisti dello shopping e dell'efficiente aperitivismo.

E invece l'allestimento di  WELCOMING - The end of the world all'austero Ex Cimitero Monumentale di San Pietro in Vincoli è stato tutto fuorché sventurato, iettatore o da rabbrividire; e men che meno aridamente razionalista o inutilmente fastoso. Anzi! Ne ricorderò senz'altro l'espressivo rigore e l'effusione radiosa da parte di Castaldo e dei suoi sette addestratissimi performer.

All'ingresso della suggestiva Zona Teatro dell'Ex Cimitero, questi accolgono amichevolmente gli spettatori facendoli sedere intorno a una scena di sole quattro sedie. Dall'alto, stesso numero di faretti a illuminare tanta sobrietà, in uno spazio bianco di spoglia essenzialità. La ricchezza, d'altronde, è data dal complesso di attori che rivestono la nudità spaziale di movenze danzate in coro, tessendo dintorno armonici canti multiligue altrettanto corali, fiorenti dai diversi passaggi recitati che traggono linfa da testi sacri, romanzeschi e poetici, sino all'affascinante Tao della Fisica di Fritiof Capra.


Un intarsio composito e stravagante (nel senso letterale di extra-vagante) che invita a orientarsi invece che a perdersi. La precisione e il palpabile affiatamento dinamico del gruppo, del resto, mobilitano allo stesso modo Cervello e Interiorità a coordinare visione e ascolto, pensiero e sentimento, nel Kaosmos coreutico così vividamente espresso. Il quale altro non è, poi, che la Babele meteca dei nostri giorni, l'esasperazione motoria e vociante della nostra post-contemporaneità, la confusione globale del nostro attuale mondo.
Un mondo oltremodo caotico, rumoroso e prossimo alla fine? – è il quesito che si staglia, frattanto, dalla scena alla (mia) mente – Destinato a finire nel gorgo del suo medesimo dimenarsi senza posa, in difetto di mete chiare e speranze di salvezza?

Si ride durante questa messinscena, bisogna rimarcarlo: aleggia una gioia del gioco teatrale che genera risate e sorrisi, colpendo con verve critica le pretese di credibilità dell'odierna società dello spettacolo.
Castaldo, infatti, recita un riluttante e smarrito presentatore di un presunto show à la 2012 sull'apocalissi universale. Egli è come impaurito dalla tematica e si nasconde; gli altri interpreti ne vanno in cerca, lo scovano, lo snidano e lo pungolano di continuo affinché venga allo scoperto, compia il suo dovere e così lo spettacolo si faccia.
Da lì, si dipana una spirale di situazioni virate volentieri su espressioni e registri comici o ludicamente straniti, oppure cantati e danzati tramite divertite coreografie da discoteca, in cui non mancano le prese in giro alle icone dello showbiz televisivo e politico. Ne consegue una demistificazione ironica tale da smontare e rendere, perciò, decisamente improbabili l'insieme delle vanitose ambizioni di verità e di sublime intelligenza diffuse con leggerezza global dai circuiti spettacolari del sistema mass-mediatico.

Mentre, al contrario, emerge l'umanità pulsante dei performer, intesi – oltre a quanto s'è descritto – a parlare di follia e salvazione, a gridare ispirati brani poetici o a riflettere sulle crisi mondiali e umane; sino all'eloquente epilogo in cui ci si rende conto che, in realtà, non c'è nessuna Fine perché Tutto continua. Sono soltanto le molteplici paure di ognuno di noi – in cui ci si nasconde e in cui dannatamente ci si vive – che, ogni giorno, ci fanno morire sempre un po' di più. Senza fine...




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